Perché il 90% dei progetti IA si pianta prima di partire

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Non è una gara a chi adotta l’IA per primo. È una questione di come se ne parla dentro l’azienda, se ne parla, prima di usarla.

Molti C-level con cui parlo mi dicono la stessa cosa, hanno la sensazione che i concorrenti abbiano già capito tutto sull’intelligenza artificiale, mentre in casa propria si arranca ancora. È una percezione diffusa, ma anche fuorviante.

Una ricerca di Google, condotta intervistando marketing leader in tutta Europa e analizzando le loro comunicazioni interne (email, deck, riunioni) ha rilevato che meno di un marketer su cinque può essere considerato davvero “leader” nell’adozione dell’IA, nel senso di averla integrata nei flussi di lavoro reali e non solo nei proclami. Il problema non è che gli altri sono avanti. È che quasi nessuno lo è davvero, e la differenza tra chi cresce e chi resta fermo si vede prima nel linguaggio che nei tool.

Per capire cosa distingue le aziende che scalano davvero l’IA da quelle che restano bloccate, i ricercatori hanno passato migliaia di ore ad analizzare email, trascrizioni e materiali interni.

Sono emersi tre atteggiamenti ricorrenti. Solo uno porta risultati.

Il primo è la paura di restare indietro. Si riconosce dal linguaggio: parole come “dobbiamo”, “subito”, “indispensabile”, “rischio di essere tagliati fuori”. È l’atteggiamento di chi si muove in fretta sull’IA, ma senza una strategia chiara dietro. Si lanciano pilot, si annunciano iniziative, ma manca la direzione.

Il secondo è la paura di sbagliare. Qui il linguaggio parla di rischio, controllo, cautela, cose da salvaguardare. È un istinto legittimo, ma portato all’eccesso blocca tutto: si testa un progetto pilota di IA, magari con ottimi risultati, e poi non lo si scala mai davvero all’intera organizzazione. Alcune aziende restano incastrate esattamente a metà tra queste due spinte — la tentazione di correre e il riflesso di frenare — in un loop che non produce quasi nessun progresso reale.

Il terzo atteggiamento è quello che fa davvero la differenza, ed è interessante notare che nella sua definizione non compare mai la parola “paura”. È l’atteggiamento di chi guarda all’IA come a un’opportunità per creare vantaggio, prendendo rischi calcolati e decisioni informate, in modo proattivo anziché reattivo. Il linguaggio che lo accompagna parla di collaborazione, potenziamento, visione, opportunità. Non è ottimismo ingenuo: è la differenza tra subire il cambiamento e guidarlo.

Il midset di un’organizzazione parte sempre dall’alto, anche sul fronte dell’AI.

Per un C-level questo principio vale più di qualsiasi roadmap tecnologica: il mindset di un’organizzazione nasce in cima e si trasmette attraverso il linguaggio, riunione dopo riunione, email dopo email. Se in azienda si parla di IA soprattutto in termini di rischio da controllare, quello diventa il tetto massimo di ambizione per tutti i team sotto, indipendentemente dal budget stanziato in tecnologia. Il linguaggio che un leader usa per parlare di IA — anche nelle comunicazioni più informali — è già una decisione strategica, che lo si voglia o no.

E la differenza si misura anche nei numeri: le aziende nella fase più avanzata di adozione dell’IA registrano una crescita dei ricavi di circa il 60% superiore rispetto a chi è ancora ai primi passi. È la prova che il vantaggio competitivo, a questo punto, si gioca più sulla postura mentale che sulla dotazione tecnologica.

Cosa significa in pratica, concretamente, per chi guida un’organizzazione?

Chi ha visto attecchire l’IA davvero segue quasi sempre la stessa sequenza, e saltare un passaggio è il motivo per cui la maggior parte dei progetti si pianta prima di produrre valore.

Si parte dall’adozione massiva, non selettiva: individuare dei champion interni, persone che già usano l’IA per conto proprio o che si convertono in fretta, e dare loro visibilità e mandato per contaminare il resto dell’organizzazione, invece di partire con un progetto isolato affidato a un solo team. L’obiettivo di questa fase non è ancora il processo perfetto, è la massa critica: più persone iniziano a usare l’IA nel quotidiano, più cresce la richiesta dal basso, e più diventa naturale il passo successivo.

Solo dopo arriva la fase di pilot e contaminazione vera e propria: progetti pilota mirati, spesso accelerati con format come hackathon interni, dove team misti mettono alla prova casi d’uso concreti in tempi brevi e con vincoli chiari. È il momento in cui l’entusiasmo dei champion si trasforma in evidenze: cosa funziona, cosa no, dove l’IA fa davvero la differenza e dove è solo rumore.

Solo alla fine (mai prima, come invece a volte succede) si passa a flussi e processi strutturati: quello che ha funzionato nei pilot viene formalizzato, integrato nei workflow esistenti, misurato con criteri chiari di scala. Invertire l’ordine, cioè costruire il processo strutturato prima di aver generato adozione diffusa ed evidenze concrete, è l’errore più comune: si finisce per costruire l’infrastruttura perfetta per un comportamento che, in azienda, ancora non esiste.

Se dovessi consigliare un solo esercizio a un C-level questa settimana, non sarebbe un audit sui tool. Sarebbe rileggere le ultime dieci email o presentazioni interne sull’IA e contare quali parole tornano più spesso. Quel conteggio dice, meglio di qualsiasi consulente, dove si trova davvero l’azienda oggi e dove può arrivare domani.

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Autore:

Stefano Guerra - Digital Marketing, Ecommerce & Growth Advisor
Stefano Guerra – Digital Marketing, Ecommerce, Business Analysis & Innovation Advisor

Mi occupo di digital marketing dal 2009, ho lavorato con importanti brand italiani ed internazionali, soprattutto nell’ecommerce, gestito budget da milioni di euro e progetti molto complessi in ambito digitale.