Il seme della creatività nell’aspro terreno manifatturiero

Una riflessione nata l’altro giorno, guidando per le vie del mio paese (nel bel mezzo della campagna veneta) e passando tra quei capannoni che hanno fatto grande l’Italia.

Il Veneto ha conosciuto la sua fortuna grazie a persone di valore, persone di altri tempi, che hanno saputo trasformare la loro passione in lavoro prima, in capannoni poi. In industria, oggi. Certo, erano altri tempi, economicamente forse (io non ero ancora nato :)) anche meno duri, ma quello che è sicuro è che i giovani d’oggi hanno in gran parte perso questa manualità. La cultura del fare.

Non per forza è un male. Non finiamo sulla solita cantilena di chi ci dice “ai miei tempi…” e via dicendo. La mia riflessione vuole essere propositiva.

Il ragionamento parte dall’esistenza odierna di due mondi, ideologicamente contrapposti.

Il mondo dell’innovazione, di internet, delle idee bizzarre, del marketing virale, del doversi inventare qualcosa di nuovo ogni giorno perché è già stato inventato tutto. Il mondo dei giovani d’oggi insomma, un po’ stressante forse ma sicuramente molto in movimento :)

Dall’altra parte invece, c’è il mondo degli antichi sapori, dell’imprenditoria fatta di cose, di accordi commerciali, strette di mano (non di contratti!), di radici solide, esperienza. Gli imprenditori di ieri, insomma.

Due mondi molto diversi, che però si uniscono nel concetto di “innovazione“.

Facile a dirsi, ma a farsi?

Indubbiamente meno. Perchè? Pur essendo vero che l’imprenditore per natura innova e rischia, è altrettanto vero che investe in quello che comprende. E il punto di rottura temporale tra analogico e digitale che il mondo ha vissuto negli scorsi anni, certo non aiuta a fondere questi due mondi all’apparenza così distanti.

E allora? Dobbiamo sperare solo nelle nuove generazioni di imprenditori? No, almeno io la penso diversamente.

Immaginiamo di avere un seme, di una pianta qualsiasi. Per farla crescere serviranno sicuramente: tanta pazienza, fortuna, tanta acqua. Più o meno queste regole valgono sempre. Poi la pianta crescerà più o meno bene a seconda delle sue caratteristiche, ovvio. Ma insomma, è una metafora, con tutti i limiti che ha. Passatemela.

A queste tre componenti, però se ne deve aggiungere un’altra, la più importante: il terreno fertile.

Se la terra è dura e aspra non crescerà probabilmente un bel niente, a meno che non abbiate una pianta molto forte. Comunque sareste Sfortunati, perché una pianta così, in un vaso di letame probabilmente diventerebbe un albero.

La metafora è abbastanza chiara penso. Il seme è il giovane creativo, il terreno fertile è l’azienda dell’imprenditore di altri tempi.

Anche se l’azienda ha molti anni, anche se ha visto crescere i figli dei primi dipendenti, è fondamentale, per ottenere tutti i vantaggi derivanti dall’innovazione, che il suo management abbia una mentalità aperta, pronta a rischiare e ad innovare. Ad accogliere e a dare spazio alle nuove idee. Il management ha il ruolo più importante: fondere i due mondi. Ed è un ruolo difficile, rischioso.

È così che nascono i casi di eccellenza. Quelli narrati nei libri di economia aziendale. Le Piccole e Medie Imprese che diventano Industria perché hanno saputo investire nell’innovazione, che però oggi è nelle mani delle nuove generazioni.

Una riflessione forse un po’ banale, ma che parte da quello che purtroppo spesso vedo con i miei occhi. Dico purtroppo perché l’innovazione è la chiave per crescere, da sempre.

Immagine: https://www.flickr.com/photos/rossanaf/14391762347/

Autore: Stefano Guerra

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